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Lavoro. Trasferimento illegittimo
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Lavoro. Trasferimento illegittimo

Cassazione, Condotta illecita del datore di lavoro

Quando il trasferimento di un lavoratore ad altra sede risulta illegittimo, perché la scelta dell’azienda difetta delle necessarie ragioni tecniche, organizzative e produttive, è “del tutto proporzionata la reazione del dipendente”, che rifiuta il provvedimento continuando comunque  a lavorare nella vecchia sede, dove ha sempre operato, “mettendo a disposizione le sue  energie”. E’ quanto ha stabilito la Cassazione, con l’ordinanza n. 29054/17, pubblicata il 5 dicembre dalla sezione lavoro, dichiarando la illegittimità del provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro.

Il caso esaminato riguarda il licenziamento di un dipendente che, stando alla tesi dell’azienda, si era rifiutato di trasferirsi presso un’altra sede. La Corte di Appello di Roma, che l’aveva condannata a reintegrare il lavoratore nel suo posto di lavoro, aveva rilevato come il provvedimento di recesso fosse stato disposto sulla base di due motivi, rivelatisi infondati: il primo, per assenza del lavoratore nella nuova sede e il secondo per “giustificato motivo oggettivo”, conseguente alla scelta datoriale di una diversa organizzazione aziendale, che però per il giudice di merito, era privo di fondamento in quanto mancava la conferma della soppressione del posto di lavoro.

La sezione lavoro della Cassazione ricorda che il mutamento di sede di lavoro deve essere giustificato da sufficienti ragioni tecniche, organizzative e produttive, altrimenti la condotta del datore di lavoro è illecita, riconoscendo la facoltà al lavoratore di non ottemperare al provvedimento.

Nel caso specifico, la Corte territoriale, “al cospetto di un inadempimento datoriale oggettivamente gravido di negative conseguenze, quale è il trasferimento illegittimo di un lavoratore (da Pomezia a Milano)” ha ritenuto “del tutto proporzionata la reazione del lavoratore, che ha comunque messo a disposizione le sue energie lavorative presso la legittima sede di lavoro”. Accogliendo le argomentazioni della Corte di Appello di Roma, la Cassazione ha dunque confermato l’illegittimità del licenziamento rigettando le obiezioni dell’azienda. 

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