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Lavoro. Cnel, cresce la povertà tra i lavoratori
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Lavoro. Cnel, cresce la povertà tra i lavoratori

Oltre 2 milioni le famiglie con almeno un occupato

La povertà aumenta anche tra i lavoratori. Secondo il Cnel, ad essere in questa condizione sono oltre 3 milioni di lavoratori nel 2015, ma si arriva a 5,2 milioni se si considera il reddito annuale invece di quello mensile. Ad essere investite da questa condizione di disagio sono 2,2 milioni di famiglie nelle quali c'è almeno un lavoratore. La fotografia è stata scattata questa mattina dal Cnel nel corso della presentazione del 'Rapporto sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva 2018'.

Negli ultimi anni, la ripresa dell'economia ha creato sì molti posti di lavoro, recuperando i livelli pre-crisi, ma il volume di lavoro (cioè le ore lavorate) è ancora inferiore a quei livelli. Non solo: la crescita dell'occupazione ha aumentato differenze di genere e gli squilibri territoriali fra Nord e Sud del Paese, sono aumentati gli occupati con orari ridotti, sono aumentati i lavoratori (soprattutto donne) a part-time involontario. Secondo il Cnel la crescita del lavoro è 'polarizzata': da una parte sulle basse qualifiche, dall'altra sulle super-specializzazioni, mentre la disoccupazione rimane alta (10,6%), soprattutto tra i giovani (30,4%). 

Dal Rapporto del Cnel emerge come sia cambiata la platea degli occupati. A crescere è innanzi tutto il lavoro a tempo determinato (+35% nel periodo tra 2014/2018), equivalente a +800.000 occupati. Fra questi, però, l'85% ha contratti che non superano i 12 mesi, mentre rallenta il numero dei contratti a tempo indeterminato (16% delle assunzioni). La stessa tendenza si avverte nel settore del lavoro autonomo (-117.000 occupati), dove con l'abolizione delle co.co.pro si è registrato un progressivo spostamento di questi lavoratori verso i contratti a termine.

Secondo il Presidente del Cnel, Tiziano Treu, "la crescente gravità e diffusione della povertà fra i lavoratori e fra le loro famiglie è da ricondursi a vari fattori: non solo alla crisi economica, ma anche al minor numero di ore lavorate, alla precarietà dell'occupazione, all'impiego di manodopera poco qualificata specie nelle piccole imprese e, d'altra parte, alle scelte di aziende dotate di forte potere di mercato che decidono di scaricare il contenimento dei costi soprattutto sui salari dei lavoratori. Inoltre, il lavoro povero si concentra maggiormente in alcuni settori caratterizzati da minore valore aggiunto, minore produttività e quindi livelli retributivi mediamente più bassi".

"Data la gravità di questo fenomeno, che in Italia e più grave che nei paesi europei più vicini spiega il Presidente -, il contrasto alla povertà non può non essere una priorità delle nostre politiche pubbliche e anche dell'azione delle parti sociali". "Tale compito - sostiene - spetta in primis alla contrattazione collettiva nazionale che, come rilevano anche gli osservatori internazionali, è decisiva per sostenere i redditi dei lavoratori e ridurre le diseguaglianze".

Il Cnel, nel rapporto, spiega che uno degli strumenti di contrasto al lavoro povero, adottato in quasi tutti i paesi europei, sia il salario minimo legale. "Il salario minimo - ammette Treu - non è certo l'unica misura che può contrastare il lavoro povero, ma potrebbe garantire, in virtù di una maggiore forza prescrittiva, una protezione più efficace nei confronti dei bassi salari, riducendo la discrezionalità e gli abusi nella determinazione dei livelli retributivi".

"Servono in ogni caso misure ulteriori. Come suggerisce la strategia europea e come il Cnel ha anche di recente raccomandato al Parlamento e al governo, spiega il rapporto, è necessaria una significativa riduzione stabile del cuneo fiscale sui salari, con particolare riguardo a quelli dei lavoratori con basso salario; e tale misura è da combinare con politiche dirette a favorire la partecipazione dei lavoratori a buone occasioni di lavoro e ad accrescere l'intensità occupazionale", sottolinea, aggiungendo che "occorrono anche qui misure operanti sui fattori di debolezza strutturale del nostro mercato del lavoro, dirette da una parte a migliorare i livelli di formazione dei lavoratori e dalla parte della domanda ad aumentare la produttività dell'impresa e dei lavori meno qualificati".

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