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Licenziato per Covid a 17 mesi dalla pensione
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Licenziato per Covid a 17 mesi dalla pensione

Licenziato a 60 anni, quando gli mancavano 17 mesi alla pensione. Dopo 33 anni di duro lavoro nello stesso supermercato di Casalpusterlengo, provincia di Lodi, come banconista al reparto di salumeria. Licenziato dopo un calvario che lo ha visto prima ammalarsi di covid, poi, quando l’incubo sembrava alle spalle, soffrire, sempre a causa del virus, di una miocardite acuta che, se solo non avesse il cuore di un ciclista appassionato, probabilmente lo avrebbe ucciso. A sentirsela raccontare per telefono da Fabrizio, il protagonista della vicenda, e da sua moglie Doriana, questa storia non sembra neanche vera. Perché dopo tutto quello che questa coppia ha dovuto affrontare in pochi mesi, per lui è arrivata la lettera di licenziamento, spedita appena pochi giorni fa.

Siamo in quel piccolo fazzoletto di Lombardia che si è tinto presto di rosso e verrà ricordato a lungo come la prima zona d’Italia chiusa a chiave, isolata da un ferreo lockdown. Somaglia, dove risiedono i signori, a cercarla sulle mappe è ad appena 9 minuti di auto da Codogno. A fine febbraio, quando ancora ci cullavamo tutti nell’illusone che sarebbe bastato chiudere quel piccolo triangolo di paesi e cittadine – e invece i batteri erano già scappati dal recinto – Fabrizio si ammala. Nel supermercato del quale è dipendente i lavoratori indossano già le mascherine e i guanti, ma “c’era una grande confusione, non si era ancora ben capito cosa fosse meglio fare, in molti ancora erano all’oscuro di tutto e tanti clienti si presentavano senza protezioni”. Il lavoratore, a contatto per ore ogni giorno con tante persone, si sente male e inizia il calvario.

Il primo marzo accusa i primi sintomi. “Febbre alta che non scendeva neanche con i farmaci, malessere, dolori di stomaco, fatica a respirare”. Il 7 marzo un’ambulanza lo porta all’ospedale di Crema dove resta per 11 giorni. È l’inizio della pandemia, “lì ne ho viste tante”. E si commuove al pensiero del caos in corsia al quale ha assistito. Lui è “fortunato”, non finisce in terapia intensiva. Nei momenti in cui la stanchezza gli dà appena un poco di tregua riesce persino a contattare la moglie, rimasta sola a casa, terrorizzata, isolata e in quarantena. Il 18 marzo Fabrizio esce, il tampone è negativo. Inizia la quarantena d’obbligo, chiuso in camera, il vassoio con i pasti lasciato da Doriana davanti alla porta, per due settimane.

Il primo aprile viene chiamato a Milano per i tamponi di rito e, dopo 8 giorni, arriva la conferma della negatività. “Ma quando torni dall’ospedale non sei davvero guarito. Non avevo le forze, facevo fatica a camminare, avevo il tremolio alle gambe, non riuscivo a stare in piedi. Al centro covid di Codogno rilevano comunque ancora la presenza di un addensamento polmonare e mi prescrivono cure antibiotiche fino ai primi di luglio. Poi un altro controllo. A quel punto sembrava andasse meglio, volevo persino tornare al supermercato. Su richiesta dell’azienda sono andato a fare la visita al medico del lavoro che ha stabilito di evitare le celle frigo, nonostante rientrassero nelle mie mansioni”.

Il giorno dopo la visita, il 28 luglio, si sottopone a un esame Holter al cuore, prenotato in realtà da mesi, ben prima dell’arrivo del virus. “Il destino ha voluto che quella sera non mi sia sentito bene”. Il giorno dopo il cardiologo, analizzando i tracciati dell’attività cardiaca, riscontra un’aritmia importante. Probabilmente, gli spiega preoccupato, se non avesse avuto un cuore forte, l’episodio sarebbe stato fatale. Il calvario di Fabrizio riparte. Passa una notte in pronto soccorso e poi viene ricoverato per due settimane a Lodi in cardiologia, dove lo sottopongono a tutti gli esami del caso. Miocardite acuta, la diagnosi. Una dote beffarda lasciata dal passaggio del virus. “Ad averlo salvato sono state le sue sane abitudini – ci spiega Doriana –. Mio marito è sempre stato uno sportivo, non beve, non fuma”. È un ciclista di quelli tosti, mi racconta lui con orgoglio: “Ho scalato anche il Mont Ventoux partendo da qui, da casa mia, oltre 500 chilometri”.

E si commuove di nuovo, pensando a quella vita prima del covid, una manciata di mesi appena, ma sembra una vita fa. Alla fine viene dimesso con il defibrillatore portatile sempre attivo per un periodo tra i tre e i sei mesi, fino almeno alla risonanza di controllo del prossimo novembre. “Tutto viene riconosciuto dall’Inail come infortunio da lavoro, sia il covid sia la miocardite. E noi abbiamo sempre aggiornato l’istituto, a mano a mano che tutta questa storia andava avanti, spedendo esami clinici e pareri medici. Tutto documentato, tutte motivazioni più che valide per non tornare al lavoro”.

Peccato che il 18 di settembre arrivi una raccomandata da ritirare in posta. “Era la lettera di licenziamento. Eravamo andati a piedi al paese vicino a ritirarla. Mentre tornavamo a casa mi veniva da vomitare per la frustrazione”, ci racconta Doriana.

“Non mi aspettavo proprio un comportamento del genere. Prima il covid, poi la miocardite e infine questa. È come sprofondare in un burrone, riuscire a fermare la caduta appigliandosi a qualcosa e poi scivolare giù di nuovo. Adesso mi sento vuoto”, ci dice Fabrizio con un filo di voce, rotta ancora dalla commozione. “Fisicamente va un pochino meglio, adesso il problema è cercare di star meglio a livello emotivo. Togliersi pian piano il peso di quello che è successo, e che ha coinvolto tutta la famiglia”. La Filcams Cgil ha già impugnato il licenziamento. Aspettiamo di vedere come andrà a finire per questo lavoratore che da mesi sta lottando contro tutto.

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